Rivelazione ed utilizzazione di segreti di ufficio

Pubblicato da il 14 gen 2013 in Penale | Commenti disabilitati

Questa tipologia di reato è prevista all’art. 326 c.p. La riforma del 90” ha aggiunto un ultimo comma che configura come autonoma figura di reato l’utilizzazione di segreti di ufficio. In tal modo, il legislatore della riforma ha colmato una lacuna che emergeva nella precedente disciplina, giacché l’utilizzazione di segreti di ufficio non costituiva di per se stessa un fatto di reato, ma assumeva rilevanza penale soltanto se integrava i presupposti dell’interesse del privato o del più generico abuso innominato di ufficio (Fiandaca-Musco, Diritto penale. Parte speciale, Bologna, 2006, pp. 238 ss.; Garofoli, Manuale di diritto penale. Parte speciale, vol. I, Milano, 2005, pp. 176 ss.).

La fattispecie in esame interferisce con la figura di abuso di ufficio, della quale costituisce una ipotesi più specifica. Questa maggiore specialità deriva dal fatto che l’autonoma figura dell’utilizzazione di segreti viene oggi a ricomprendere, oltre a forme di sfruttamento abusivo che potrebbero pur sempre ricadere nella più generale fattispecie di abuso di ufficio, anche tipi di condotta che soltanto con difficoltà potrebbero essere riportati al vigente articolo 323: si allude alle forme di abuso che il p.u. può commettere operando uti privatus negli atti di gestione della pubblica amministrazione.

La norma in esame prevede così quattro figure di reato: due di rivelazione che si differenziano per il diverso elemento psicologico (dolo nell’ipotesi del primo comma, colpa in quella del secondo); e due di utilizzazione che si distinguono per il fine patrimoniale o non patrimoniale perseguito dall’agente.

L’art. 326 c.p. al comma 1 statuisce che “Il pubblico ufficiale, o la persona incaricata di un pubblico servizio, che, violando i doveri inerenti alle funzioni o al servizio, o comunque abusando della sua qualità, rivela notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni”.

Dottrina e giurisprudenza rinvengono pacificamente la ratio di questa norma incriminatrice nell’esigenza di evitare i pregiudizi che alla pubblica amministrazione possono derivare dalla rivelazione di notizie di ufficio.

Oggetto della tutela è il buon funzionamento della pubblica amministrazione.

Soggetto attivo dei delitti di rivelazione di notizie di ufficio può essere sia il pubblico ufficiale, sia l’incaricato di pubblico servizio. Sono dunque esclusi dall’ambito dei soggetti attivi gli esercenti un servizio di pubblica necessità: la rivelazione di notizie segrete da parte di questi soggetti ad esempio avvocati, medici, sarà punita ex art. 622 c.p.

La condotta incriminata consiste nel rivelare o nell’agevolare in qualsiasi modo la conoscenza di notizie di ufficio che devono rimanere segrete. Si tratta del c.d. segreto di ufficio e cioè dell’interesse giuridicamente rilevante, vantato da uno o più soggetti determinati, a non comunicare ad altri uno specifico contenuto di esperienza.

La rivelazione è un comportamento con il quale si porta a conoscenza di altri, non legittimati a conoscerlo, un segreto: può avvenire in qualsiasi forma eccetto quella omissiva.

L’ agevolazione è a sua volta un comportamento con il quale si facilita la presa di conoscenza del segreto da parte di altri: essa può essere realizzata “in qualsiasi modo” e quindi anche in forma omissiva.

Esempio classico di agevolazione è parlare ad alta voce per far sentire al collega che sta fuori dalla porta, quindi è una condotta dove il destinatario della notizia non la percepisce in maniera immediata, ma in maniera mediata attraverso una serie di espedienti finalizzati all’acquisizione della notizia. L’agevolazione, quindi a differenza della rivelazione può essere posta in essere anche attraverso comportamenti concludenti.

L’importante perché poi il reato ci sia è che il destinatario dell’informazione della notizia coperta dal segreto, sia in caso di rivelazione sia in caso di agevolazione, sia persona non legittimata a ricevere quella notizia. Questa è una precisazione importante perché se si viola il segreto con il proprio superiore in grado che pur non avendo direttamente l’indagine ha sempre un potere di coordinamento, in teoria potrebbe essere una rivelazione di atti di ufficio, tuttavia la norma e la giurisprudenza specificano che la notizia deve essere rivolta a persone non legittimate a ricevere la notizia e solo in questo caso è reato.

L’oggetto del segreto è la notizia di ufficio. Questa formula va intesa in senso oggettivo e comprende tutte le conoscenze rientranti nella competenza dell’ufficio; pertanto essa deve essere tenuta distinta dalla diversa formula “notizia appresa per ragioni di ufficio”.

Mentre, infatti, quest’ultima si caratterizza per la connessione funzionale dell’apprendimento, al prima si connota per la sua qualità intrinseca di appartenere oggettivamente all’ufficio. Sono irrilevanti, dunque, ai fini della responsabilità ex art. 326 il modo, la causa, i motivi per cui il soggetto ha conosciuto la notizia. L’indipendenza della notizia dalle ragioni dell’apprendimento trova, comunque un limite: occorre pur sempre che vi sia una relazione tra la notizia e la funzione  ed il servizio esercitato.

Cfr. Cassazione Penale 10 febbraio 1990. Il delitto in esame è integrato anche quando il p.u. o l’incaricato di pubblico servizio diffondano una notizia non appresa per ragione dell’ufficio o del servizio, bastando che tale notizia dovesse rimanere segreta e che l’interessato, per le funzioni esercitate, avesse l’obbligo di impedirne la diffusione. ( Cfr. Cassazione Penale, sez. VI, 21 gennaio 2005 n. 1898 Fattispecie relativa alla rivelazione da parte di un funzionario di polizia di notizie concernenti un’indagine nella quale non era partecipe, dopo aver ricevuto in proposito confidenze de colleghi operanti).

Le notizie di ufficio devono rimanere segrete se il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio hanno l’obbligo giuridico di non rivelarle.

Il delitto in esame ha struttura plurisoggettiva in quanto, per aversi rivelazione della notizia è necessario un destinatario. Ma si tratta di plurisoggettività meramente naturalistica giacchè la persona che riceve la notizia non rientra nella struttura e nel precetto e quindi non è punibile (Così Cassazione penale, 14 gennaio 1976).

Il dolo è generico: consiste nella coscienza e volontà di rivelare notizie, ovvero di agevolarne la conoscenza, con la consapevolezza del loro carattere segreto. L’errore sulla segretezza della notizia esclude la volontà colpevole.

A titolo di colpa è altresì punita l’agevolazione e non anche la rivelazione.

Il tentativo, invece, è configurabile nelle ipotesi di condotta c.d. frazionata.

L’art. 326, co. 2,c.p. stabilisce che  “Se l’agevolazione è soltanto colposa, si applica la reclusione fino a un anno” . Il legislatore ha così espressamente previsto un’ipotesi più attenuata in termini di pena

Un esempio concreto di agevolazione colposa nel rivelare un segreto di ufficio è lasciare il fascicolo sulla scrivania mentre ci si allontana, oppure parlare senza sapere che fuori dalla porta c’è qualcuno che sta ascoltando. Per evitare comportamenti negligenti, soprattutto in seguito alla legge sulla PRIVACY, tutti i documenti devono essere necessariamente custoditi, si deve parlare con la porta chiusa o comunque in un luogo chiuso.

L’art. 326, co. 3, C.P. è dedicato all’utilizzazione e  stabilisce che “Il pubblico ufficiale o la persona incaricata di un pubblico servizio, che,per procurare a sé o ad altri un indebito profitto patrimoniale, si avvale illegittimamente di notizie di ufficio, le quali debbano rimanere segrete, è punito con la reclusione da 2 a 5 anni”.

Soggetto attivo è sempre il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio.

La condotta illecita è quella di avvalersi illegittimamente di notizie di ufficio. Il verbo “avvalersi”ricomprende, nella sua genericità, tutte le possibili condotte di sfruttamento o di utilizzazione delle conoscenze che il pubblico ufficiale abbia acquisito per ragioni di ufficio.

Nel 1990, anno in cui c’è stata la modifica dei delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione, è stato introdotto questo comma perché in precedenza rimanevano fuori dalla rivelazione del segreto di ufficio tutte le condotte del pubblico ufficiale che per sé stesso o per trarre profitto si avvaleva di notizie apprese.

Ad esempio se un soggetto apprendeva nell’ambito del suo ufficio una notizia che lo poteva riguardare e lo utilizzava, non si poteva parlare di rivelazioni di segreto di ufficio, quindi sarebbero rimaste  fuori tutte quelle condotte dei funzionari infedeli che utilizzano le notizie per propri fini.

Le caratteristiche della condotta incriminata si specificano alla luce del dolo specifico, anche questa volta configurato dal legislatore in due figure autonome di reato: nella prima ipotesi, più rigorosamente sanzionata, il fine preso di mira dal pubblico ufficiale consiste nel procurare a sé o ad altri un indebito profitto patrimoniale; nella seconda ipotesi, detto fine invece consiste nel procurare a sé o al altri un ingiusto profitto non patrimoniale ovvero nel cagionare ad altri un danno ingusto.

Quanto all’aggettivo “indebito” si è sostenuto in dottrina che esso esprime una valutazione in termini di antigiuridicità materiale del comportamento di utilizzazione della notizia, con la conseguente necessità di verificare caso per caso se l’utilizzazione stessa non sia giustificata da superiori esigenze politico-criminali.

L’art. 326, co. 3, c.p. aggiunge che “Se il fatto è commesso al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto non patrimoniale o di cagionare ad altri un danno ingiusto, si applica la pena della reclusione fino a 2 anni”. In quest’ipotesi c’è una riduzione di pena qualora il soggetto abbia agito per conseguire un profitto non patrimoniale laddove per non patrimoniale si intende sia un profitto che pur avendo un minimo valore è ininfluente sia un’utilità cioè un vantaggio che pur non essendo di natura patrimoniale, quindi non suscettibile di valutazione economica, resta pur sempre un vantaggio. In questo caso è previsto un trattamento sanzionatorio minore. Ultima ipotesi è quella prevista per cagionare un danno ingiusto. Quindi il soggetto può agire per conseguire un profitto patrimoniale, per conseguire un profitto non patrimoniale o per cagionare un danno ingiusto ad altri.