Rifiuto di atti d’ufficio. Omissione.

Pubblicato da il 14 gen 2013 in Penale | Commenti disabilitati

Il reato di omissione in atti d’ufficio, è regolato all’art. 328 c.p.: “Il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che indebitamente rifiuta un atto del suo ufficio che, per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica, o di ordine pubblico o di igiene e sanità, deve essere compiuto senza ritardo, è punito con la reclusione da 6 mesi a 2 anni ”.

Fuori dai casi previsti dal primo comma, il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio, che entro 30 giorni dalla richiesta di che vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a €1032. Tale richiesta deve essere redatta in forma scritta ed il termine di 30 giorni decorre dalla ricezione della richiesta stessa”.

Questo si configura come un reato omissivo proprio perché consiste in un NON FACERE specifico, in un NON FACERE da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio che invece hanno l’obbligo di fare. Quindi questo reato può essere realizzato solo e soltanto mediante una condotta negativa, passiva od omissiva (Fiandaca-Musco,  Diritto penale. Parte speciale,  Bologna, 2006, pp. 244 ss.).

La nuova formulazione emersa dalla riforma del 90” tipicizza due distinte fattispecie , rispettivamente previste al primo e al secondo comma.

L’articolo 328 disciplina due fattispecie distinte di reato: nella prima il delitto si perfeziona con la semplice omissione del provvedimento di cui si sollecita la tempestiva adozione, incidente sui beni di valore primario(giustizia, sicurezza pubblica, ordine pubblico, igiene e sanità); nella seconda, invece, ai fini della consumazione, è necessario il concorso di due condotte omissive, la mancata adozione dell’atto entro trenta giorni dalla richiesta e la mancata risposta sulle ragioni del ritardo.

Nella prima ipotesi di reato, cui il legislatore riconnette un trattamento punitivo più rigoroso, la condotta incriminata consiste nell’indebito “rifiuto” di compiere atti di ufficio “qualificati”: più precisamente atti di ufficio che devono essere realizzati senza ritardo in vista di obiettivi normativamente specificati, e cioè “per ragioni di giustizia o di sicurezza pubblica o di ordine pubblico o d igiene e sanità”.

La condotta penalmente rilevante, in quanto si incentra sul solo “rifiuto” presuppone in ogni caso una previa “richiesta di adempimento”, la quale di solito proviene da un privato, ma che può essere fatta anche da altro pubblico funzionario o da un superiore gerarchico.

Il rifiuto deve essere indebito, quindi si tratta di quelle sole forme di diniego di adempimento che non trovano alcuna giustificazione plausibile alla stregua delle norme amministrative che disciplinano i doveri di agire.

La seconda ipotesi di reato, sanzionata meno gravemente, configura un delitto di messa in mora: fuori dei casi previsti dal primo comma, è cioè punito il pubblico ufficiale che “entro trenta dalla richiesta di chi vi abbia interesse non compie l’atto del suo ufficio e non risponde per esporre le ragioni del ritardo”.

Tale previsione risponde ad una duplice esigenza: da un alto fornire al cittadino uno strumento volto ad assicurare il soddisfacimento delle sue aspettative e, per altro verso, eliminare le incertezze che sorgono nei casi in cui non siano normativamente predeterminati i termini di doveroso adempimento.

Assai criticabile, appare però, la concreta articolazione della disciplina finalizzata ad esaudire le predette esigenze. E’difficile innanzitutto che la previsioni di un unico termine di trenta giorni quale spazio temporale entro cui adempiere a partire dalla ricezione della richiesta scritta da parte dell’interessato, possa adattarsi a tutte le diverse situazioni concrete. In secondo luogo, la condotta alternativa prevista in luogo dell’adempimento e cioè la risposta entro giorni per esporre le ragioni del ritardo, può di fatto trasformarsi  in un comodissimo alibi per sottrarsi al compimento dell’atto di ufficio senza per questo incorrere in responsabilità: il giudice, oltretutto, non sempre sarà in grado di verificare se i motivi addotti dal pubblico funzionario per giustificare il ritardo siano seriamente fondati o puramente pretestuosi.

Il dolo è generico. Trattandosi di condotta omissiva, esso richiede la conoscenza dei presupposti dei doveri di attivarsi. Conformemente alla nuova strutturazione della fattispecie incriminatrice, è dunque necessario che il pubblico ufficiale si rappresenti mentalmente le due situazioni tipiche previste nei due commi: e cioè la necessaria consapevolezza, rispettivamente, delle ragioni che qualificano l’atto di ufficio da compiere (art. 328 c.p.)o della richiesta di adempimento formulata dall’interessato (art.328 c.2 ).